sabato 2 gennaio 2010
giovedì 26 novembre 2009
mercoledì 25 novembre 2009
La camicia, il mulo, il fungo nella prosa immortale del De Luca
Massimo Onofri (Diario) (11-09-2003)
Mi è stato sempre difficile trovare una ragione del successo, non dico di pubblico, ma di critica, dei libri di Erri De Luca. Quanto a quello di pubblico, che ha raggiunto talvolta punte di entusiasmo (se non di fanatismo), una qualche motivazione si può forse trovare: prima o poi ci tornerò. Il contrario di uno non è stato da meno dei precedenti, anzi, e quell’entusiasmo è addirittura incrementato: presentando, al meglio dell’esemplificazione, e per un discorso di ordine più generale, tutte le caratteristiche della prosa di questo scrittore. Poco importa che la materia di questi racconti sia autobiografica: la voce è quella di sempre, impostata sugli stessi toni da actor’s studio della letteratura: per vicende – tra la fine dei Sessanta e i Settanta sino all’oggi di Genova e della caserma Bolzaneto – che toccano i movimenti studenteschi e operai, il lavoro da manovale, l’alpinismo, l’Africa le febbri malariche e il volontariato, Napoli e la famiglia, Roma gli amori la vita randagia e ribelle, e così via dicendo. Ma veniamo al nostro discorso. Quel che colpisce subito è un processo in cui De Luca è certo maestro: l’enfatizzazione del banale. Sentite qua: «Infilo la camicia di lana a scacchi bianchi e blu. L’ho comprata dopo aver letto un racconto in cui era importante. In montagna porto sempre quella. L’ho presa da un libro, è calda e letteraria. Mi fa rigovernato e a posto per la cena», dove risultano davvero grandi le speranze che De Luca sembra riporre nella letteratura, ovviamente quanto alla sua possibilità di redimere il reale e rendercelo sublime, mentre io non so fare a meno di pensare continuamente a tutto il sudore che quella camicia, sempre la stessa, avrà accumulato in così tante escursioni. Estetismo operaio, direbbe qualcuno: non solo. De Luca è un gran lettore e traduttore della Bibbia, non si sa se più tentato da Che Guevara o da Madre Teresa di Calcutta: sarà forse per questo che anche la più inoffensiva delle notazioni, quando aspira a testimoniare una sua ineluttabile verità, gli diventa subito ieratica: «Chi veniva con il mulo e l’ascia, sapeva togliere al bosco. Chi viene con il camion e con la motosega, lascia spoglio. Non si vede ma il legno trema quando s’avvicina il ferro. Non ha una difesa. Contro il fulmine il bosco sacrifica un albero a bersaglio. Poi sul piede bruciato s’impianta il fungo della rimembranza, rosso di malincuore». È proprio il caso di dirlo: oh solide virtù dei tempi andati, quando i gerghi erano solidali e le abitudini oneste! E quando la Natura era piena di poesia: quella poesia cui la prosa di De Luca vorrebbe costantemente tendere, orecchiandola sempre, raggiungendola mai, come il citato «fungo della rimembranza, rosso di malincuore» sta qui a testimoniare, mentre alimenta e inorgoglisce il conformismo estatico dei suoi fan. Ma non si disperi De Luca: il classicismo piccolo-borghese e le tentazioni d’arcadia son sempre in agguato nei nostri scrittori, c’è poco da fare. Nessuno vorrà mettere in dubbio qui il suo patentino di fiero democratico. In effetti, De Luca è uno di quei prosatori che sa dare facilmente e volentieri del tu: cosa che piace molto ai suoi lettori. Anche se, da buon figlio di Rousseau, quando dà del tu, è sempre all’Umanità che si rivolge, a tutti gli «Uomini» e a tutte le «Donne» («Donne seppellivano uomini spolpati fino alla lisca, ora toccava a me, le corde della voce erano un filo arrugginito»): perennemente in posa, proteso a fissare per sempre il gesto decisivo, l’azione rigorosa e memorabile. Nei modi d’un vitalismo non si sa se più equivoco o patetico: l’estremo e ignaro capitolo di un eterno dannunzianesimo italiano, ora aggiornato al rosso dell’ideologia.
Mi è stato sempre difficile trovare una ragione del successo, non dico di pubblico, ma di critica, dei libri di Erri De Luca. Quanto a quello di pubblico, che ha raggiunto talvolta punte di entusiasmo (se non di fanatismo), una qualche motivazione si può forse trovare: prima o poi ci tornerò. Il contrario di uno non è stato da meno dei precedenti, anzi, e quell’entusiasmo è addirittura incrementato: presentando, al meglio dell’esemplificazione, e per un discorso di ordine più generale, tutte le caratteristiche della prosa di questo scrittore. Poco importa che la materia di questi racconti sia autobiografica: la voce è quella di sempre, impostata sugli stessi toni da actor’s studio della letteratura: per vicende – tra la fine dei Sessanta e i Settanta sino all’oggi di Genova e della caserma Bolzaneto – che toccano i movimenti studenteschi e operai, il lavoro da manovale, l’alpinismo, l’Africa le febbri malariche e il volontariato, Napoli e la famiglia, Roma gli amori la vita randagia e ribelle, e così via dicendo. Ma veniamo al nostro discorso. Quel che colpisce subito è un processo in cui De Luca è certo maestro: l’enfatizzazione del banale. Sentite qua: «Infilo la camicia di lana a scacchi bianchi e blu. L’ho comprata dopo aver letto un racconto in cui era importante. In montagna porto sempre quella. L’ho presa da un libro, è calda e letteraria. Mi fa rigovernato e a posto per la cena», dove risultano davvero grandi le speranze che De Luca sembra riporre nella letteratura, ovviamente quanto alla sua possibilità di redimere il reale e rendercelo sublime, mentre io non so fare a meno di pensare continuamente a tutto il sudore che quella camicia, sempre la stessa, avrà accumulato in così tante escursioni. Estetismo operaio, direbbe qualcuno: non solo. De Luca è un gran lettore e traduttore della Bibbia, non si sa se più tentato da Che Guevara o da Madre Teresa di Calcutta: sarà forse per questo che anche la più inoffensiva delle notazioni, quando aspira a testimoniare una sua ineluttabile verità, gli diventa subito ieratica: «Chi veniva con il mulo e l’ascia, sapeva togliere al bosco. Chi viene con il camion e con la motosega, lascia spoglio. Non si vede ma il legno trema quando s’avvicina il ferro. Non ha una difesa. Contro il fulmine il bosco sacrifica un albero a bersaglio. Poi sul piede bruciato s’impianta il fungo della rimembranza, rosso di malincuore». È proprio il caso di dirlo: oh solide virtù dei tempi andati, quando i gerghi erano solidali e le abitudini oneste! E quando la Natura era piena di poesia: quella poesia cui la prosa di De Luca vorrebbe costantemente tendere, orecchiandola sempre, raggiungendola mai, come il citato «fungo della rimembranza, rosso di malincuore» sta qui a testimoniare, mentre alimenta e inorgoglisce il conformismo estatico dei suoi fan. Ma non si disperi De Luca: il classicismo piccolo-borghese e le tentazioni d’arcadia son sempre in agguato nei nostri scrittori, c’è poco da fare. Nessuno vorrà mettere in dubbio qui il suo patentino di fiero democratico. In effetti, De Luca è uno di quei prosatori che sa dare facilmente e volentieri del tu: cosa che piace molto ai suoi lettori. Anche se, da buon figlio di Rousseau, quando dà del tu, è sempre all’Umanità che si rivolge, a tutti gli «Uomini» e a tutte le «Donne» («Donne seppellivano uomini spolpati fino alla lisca, ora toccava a me, le corde della voce erano un filo arrugginito»): perennemente in posa, proteso a fissare per sempre il gesto decisivo, l’azione rigorosa e memorabile. Nei modi d’un vitalismo non si sa se più equivoco o patetico: l’estremo e ignaro capitolo di un eterno dannunzianesimo italiano, ora aggiornato al rosso dell’ideologia.
venerdì 23 ottobre 2009
L'ultimo conservatore
Barry Goldwater, Congressional Record, 16 Sept. 1981:
There is no position on which people are so immovable as their religious beliefs. There is no more powerfull ally one can claim in a debate than Jesus, God, or Allah, or whatever one calls the supreme being. But like any powerful weapon, the use of God’s name on one’s behalf should be used sparingly. The religious factions that are growing throughout our land are not using their religious clout with wisdom. They are trying to force government leaders into following their position 100 percent. If you disagree with these religious groups on a particular moral issue, they complain, they threaten you with a loss of money or votes or both. I’m frankly sick and tired of the political preachers across this country telling me as a citizen that if I want to be a moral person, I must believe in A,B,C, and D. Just who do they think they are? And from where do they presume to claim the right to dictate their moral beliefs to me? And I am even more angry as a legislator who must endure the threats of every religious group who thinks it has some God-granted right to control my vote on every roll call in the Senate. I am warning them today: I will fight them every step of the way if they try to dictate their moral convictions to all Americans in the name of conservatism.
[citato qui]
Per chiunque sia interessato al tema consiglio Conservatives: The Tanenhaus Taxonomy - The New York Review of Books
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martedì 13 ottobre 2009
Tra l'uno e l'altro Holmes
Qui la mia recensione al libro di Tuzet sull'abduzione nel diritto. Un argomento davvero interessante, tra Sherlock e Oliver Wendell Holmes (ma il vero protagonista dell'affaire, ovviamente, è Peirce)
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sabato 10 ottobre 2009
Português Suave

Molti identificano Lisbona con lo stile pombalino della Baixa, o con i più pittoreschi scorci dell'Alfama o del Bairro Alto. Meno conosciuta però è la cinta di quartieri modernisti costruiti nel periodo dell'Estado Novo di Salazar, che circondano il centro storico. Lo stile è un interessante "modernismo nazionale", corretto cioè con alcuni elementi decorativi tipici dell'architettura portoghese, come pinnacoli o basse torri con spioventi ricoperti di tegole rosse: molto meno pesante del neoclassicismo semplificato di Piacentini. Ben gli si adatta il nome che gli affibbiarono i detrattori: "Português Suave", dal nome di una marca di sigarette.
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