Si sa che Giorgio Bocca amava definirsi
“provinciale”, e così intitolò uno dei suoi più fortunati
libri di memorie. Libro notevole, soprattutto per la descrizione
letteralmente incredibile di un Leonardo Sciascia in abito bianco e
panama, che si fa raggiungere mentre, seduto nella terrazza
dell'albergo, sorseggia (ovviamente) una granita al caffè, parlando
e atteggiandosi come “lo zio”, la caricatura del mafioso
immortalata dal grande Paolo Bonacelli in “Johnny Stecchino” di
Benigni. Film che, come spesso faceva Bocca, riprendeva i più
grossolani luoghi comuni sui siciliani, senza però pretendere
d'esser preso sul serio.
Il concetto di “luogo comune” è
una chiave d'accesso al giornalismo di Bocca. Sotto questo aspetto, può essere davvero considerato un maestro o una “bussola”,
al pari di Montanelli. Il luogo comune è infatti la cifra stilistica
dei grandi nomi del giornalismo patrio, presenti e passati: essendo
il miglior alimento per la pigrizia mentale del lettore medio, è
anche il miglior viatico per il successo. Ottimo esempio è il modo
con cui tanto l'immortalizzando Bocca quanto l'immortalizzato
Montanelli trattavano la storia: grossolanità, generalizzazioni
indebite, banalità e, per l'appunto, gran copia
di luoghi comuni. La storia da tinello, da “caro lei”, “signora
mia” o “lei m'insegna”. Non divulgazione, ma volgarizzazione,
nel senso deleterio e non neutro del termine: una storia, per
l'appunto, “provinciale”, o da provinciali.
Che Bocca si fregiasse del titolo di
“provinciale”, va quindi annoverato tra i suoi migliori moti di
sincerità. Bisogna però intendersi sul termine. In senso stretto,
provinciale Bocca lo è stato senz'altro, provenendo dalla provincia
per antonomasia, l'autonominata “provincia granda”, che già nel
declinare l'aggettivo secondo le regole del vernacolo rivendica
fieramente la propria provincialità. In senso lato, “provinciale” è aggettivo buono per i peggiori vizi della vita di provincia: ristrettezza mentale,
conformismo, naturale inclinazione ai più triti pregiudizi. Con
buona retorica e non poco stile, Bocca provinciale lo è stato anche
in questo senso. Può anche darsi che in cuor suo non nutrisse
pregiudizi, ma di certo i pregiudizi dei suoi lettori li ha coltivati
con cura. Del resto, è una grande capacità dei nostri pensatori più
convenzionali quella di passare per battitori liberi, tenaci
controcorrente o, per parlar provinciale, “bastian cuntrari”: si
veda, ancora una volta, Montanelli. Il paese del conformismo, che
confonde l'anarchismo con l'odio gretto e familista per la società e
le sue regole, da sempre strabocca di anticonformisti. Su queste legioni di anticonformisti, Bocca e Montanelli si
innalzavano maestosi, riuscendo con grande abilità a fustigare quei
costumi patri nei quali si accomodavano con grazia. Ci sono, qui,
delle costanti che ritornano nella retorica epidittica che celebra
post-mortem questi grandi interpreti del Volkgeist italico, e che
andrebbero analizzate una per una: ad esempio il mito
dell'“indipendenza di giudizio” e la saga del “caratteraccio”.
Chiunque conosca un poco del nostro Paese, dovrebbe sapere benissimo,
a voler essere onesti, la fine che vi rischiano e, di solito, vi
fanno i “caratteracci” indipendenti (un nome per tutti:
Luciano Bianciardi).
Di questa grande provincia che è ed è
sempre stata l'Italia, Bocca è stato un grandissimo interprete.
Delle sue ristrettezze e delle sue pigrizie mentali, una voce tra le
più letterariamente educate. Non è stato soltanto un provinciale, è
stato un “provincialista”: un esegeta e un difensore del
provincialismo, vizio nazionale nel quale non sono mai riuscito a
scorgere la benché minima traccia di virtù. Di questa attitudine,
onestamente rivendicata, il suo atteggiamento nei confronti del
meridione e dei meridionali è stato solo un esempio, ma forse il
migliore. Anche in questo caso, gli va riconosciuto il pregio della
franchezza, ma l'ignoranza sincera e franca non smette di essere un
difetto. Chissà se il provinciale Bocca ha mai compreso, davvero, dove sta l'ironia
di un napoletano che sostiene di essere un “uomo di mondo” per
aver fatto il militare a Cuneo.

bel post e bel blog, tornerò a visitarti.
RispondiEliminanutro molta più simpatia per montanelli che non per bocca: è questione di prossimità ideale o di pregiudizi, se vuoi. non hai tutti i torti ad accostare i due, il loro perenne "anti-italianismo", l'essere costanti fustigatori dei vizi italiani (salvo poi esserne vittime loro stessi, di quei vizi). L'unica lancia da spezzare in favore di Indro è il suo talento da divulgatore storico: ho letto di recente il suo volume sull'Italia del Risorgimento e beh, è uno che si era letto tutta la storiografia del caso, che aveva le idee chiare su come le cose fossero andate, al di là dei molti pregiudizi e delle troppe banalità che ruotano attorno alla nostra fase unitaria.
Meno male che ci è rimasto 'il re degli ignoranti', il 'noleggiato' nazionale! Tra lui, Gianni Morandi, Rocco Papaleo (quello che faceva lo stereotipo del terrone in 'Classe di ferro', poi è diventato il Jim Jarmush della Basilicata e ora chiude il cerchio incarnando l'emigrante umile e grato al 'padrone' che lo ha invitato alla tavola dei ricchi) e il miracolato, patetico, Pupo (almeno non s'è portato dietro il Principino!)intenti a recitare i 'Blùs Broders' de noantri non mancava nessun carattere della commedia dell'arte nostrana: sarebbe stato bello veder comparire John Belushi con un idrante ... per Celentano l'italia è Elisabetta Canalis (o, torcicollo permettendo, una modella russa): il resto sono silenzi. Che riempiono i giornali. E' una forma di provincialismo anche peggiore, ma vuoi mettere come canta Adriano?
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